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Interamna History – 31

Dal nero al rosso, dal fascismo alla Repubblica – prima parte: Le figure di Tito Oro Nobili e Carlo Farini

Abbiamo più volte raccontato su queste pagine di cosa rappresentò il fascismo per Terni e di come la stessa città cambiò sotto il suo effetto, sotto tutti i sensi. Pagine di storia che rappresentano in pieno, ed altrettanto rispecchiano, quel dramma italiano che però vale la pena ricordare, nel caso della Conca assunserosembianze meno disumane. Questo perché, come il prof. Sergio Bellezza scrive nel suo libro Dal fascismo alla repubblica, i rapporti personali prima ancora delle contrapposizioni politiche, ebbero in molti casi il sopravvento.  Mino Lorusso, giornalista RAI che ne ha vergato la presentazione, arriva a dire che “… C’erano modi e modi di essere fascisti, cosi come uomini della Resistenza. Ed è questo il principale motivo che ha contribuito a tenere unita la società ternana, anche nella fase successiva alla guerra, impedendo che lo scontro si radicalizzasse, divenendo resa dei conti, come invece è avvenuto in altre regioni d’Italia”. Tra le due guerre Terni mantenne, anzi accrebbe, la sua vocazione industriale che diede vita ad un grande movimento politico-operaio, molto attivo e capace di lottare per le esigenze degli stessi lavoratori e non soltanto. Nonostante che a ridosso della Prima guerra mondiale già in città operassero centinaia di squadristi fascisti, l’amministrazione comunale, almeno sino al 1922, rimase socialista e con grande maggioranza. La propaganda del PNF, il Partito Nazionale Fascista, passò anche dal finanziare la costruzione di interi quartieri abitativi destinati sia agli operai che agli impiegati, alla realizzazione di spacci aziendali, centri sportivi, chiese, sino a giungere all’istituzione della provincia nel ‘26. Un esempio tra tutti fu l’edificazione del villaggio semirurale Italo Balbo, l’attuale nuovo quartiere Matteotti, opera realizzata tra il 1934 ed il ‘38 per ospitare i lavoratori della Terni e le loro famiglie. Un aspetto non trascurabile però, risiedeva nel fatto che lo stesso PNF viveva di differenti correnti interne che vedevano contrapporsi chi da un lato spingeva e scommetteva sull’industria e chi, invece, ne  contrastava lo sviluppo; l’ago della bilancia si spostò rapidamente ed inesorabilmente a favore dei primi che incarnavano in pieno le idee di Mussolini e questo, per Terni, significò sotto certi punti di vista divenire una sorta di esempio. Il Duce venne in città in due occasioni: la prima il 14 novembre del 1931 ed una seconda volta il 17 ottobre del ’40. Entrambe le visite rappresentarono momenti molto importanti rispetto alla propaganda che il regime gli attribuì. Quella del ’31 ricadeva giusto dieci anni dopo la sua salita al potere mentre nel ’40, Mussolini visitò gli stabilimenti dove “… le gigantesche macchine forgiano gli strumenti della potenza bellica della Nazione …” Una curiosità:tra le opere di Orneore Metelli, calzolaio ma soprattutto grande artista ternano, se ne ritrova una relativa alla prima venuta dove viene appunto rappresentato un momento della parata del Duce mentre attraversa la città. E’ fuor di dubbio che le visite servirono tra l’altro a verificare il livello di fascistizzazione raggiunto, l’esaltazione dei benefici portati e la verifica della tenuta del partito sul territorio. In tutto ciò però, già dal 1924, aveva preso forma una contropropaganda organizzata dal Partito Comunista d’Italia, chiaramente in forma clandestina,  all’interno delle Acciaierie. In ogni caso Terni era comunque ben adagiata sul consenso al fascismo tanto da essere considerata dal regime la Pupilla del Duce. Presa come data di riferimento il 7 ottobre del 1920 per la nascita ufficiale del fascismo ternano,si può senz’altro asserire che il nuovo movimento non attecchì rapidamente ma che poi, nel tempo, fu capace di radicalizzarsi nel tessuto sociale e di farlo anche in maniera convinta. La mancanza di una vera sede, riunioni organizzate e tenute in locali differenti tra loro in base all’abbisogna, i continui cambi dovuti alle dimissioni dei vari segretari politici che si susseguirono, testimoniano soltanto le difficoltà della prima ora tanto che una volta giunto al potere, il fascio ternano designò come propria sede Palazzo Mazzancolli, una location, come si direbbe oggi, di gran effetto e prestigio. Terni, agli occhi di chi già intravedeva il regime come un male e soprattutto una cosa nefasta e contraria alla democrazia, voleva apparire da un lato sempre più come la roccaforte dell’antifascismo umbro mentre dall’altro era censita dalla polizia come un covo di sovversivi. In realtà, lo spessore politico degli esponenti ternani in Camicia nera non era così grande quindi, ciò che determinò la sua diffusione fu l’azione trainante dell’industria ed il forte impegno dei Sindacati fascisti che trovarono soprattutto un grande supporto nel lavoro di Tullio Cianetti cosi come lo fu quello dato dall’OND, l’Opera Nazionale Dopolavoro. Tutti questi fattori insieme, alimentarono un importante consenso popolare. A testimoniare tutto questo sono i numeri come riportati fedelmente nel libro Il partito comunista a Terni scritto dal prof. Vincenzo Pirro. Dal febbraio del 1935 allo stesso mese del ’38, l’incremento degli iscritti al PNF fu del 75,6%, cosa che portò il numero dei tesserati ad oltre 14.000; una crescita che coinvolse anche gli iscritti ai Sindacati fascisti cosi come quelli alla Gioventù fascista. Una crescita che per certi versi sembrava irrefrenabile perché quando Mussolini venne a Terni per la seconda volta, nel ’40, i numeri erano ancora più importanti tanto da giustificare una relazione positiva a seguito di una ispezione richiesta direttamente dal PNF. La situazione veniva cosi descritta: … Soddisfacente perché nell’animo della popolazione regna la maggiore fiducia nell’avvenire, una situazione economica ottima perché non vi è disoccupazione grazie all’intenso ritmo produttivo delle industrie di guerra. L’indottrinamento passava anche per la scuola tanto che per l’attuazione della riforma Gentile,vennero addirittura chiamati in città insegnanti da fuori. In una situazione siffatta, se da una parte Tito Oro Nobili riuscì a guidare un governo cittadino a maggioranza rossa, era il ’20, dall’altro Carlo Farini era stato capace di costituire un gruppo di Arditi del Popolo con i quali provava a contrastare le prepotenze dei fascisti. Due figure quelle del Nobili e del Farini di incredibile spessore storico e politico. Il primo, socialista, già da giovanissimo ad appena quindici anni partecipa ai primi scioperi e poco più che ventenne diviene uno tra i più attivi politici del suo tempo; eletto sindaco nel ’20 si dimetterà l’anno successivo per andare poi ad occupare uno scranno in Parlamento. La violenza fascista però si abbatté su di lui; viene picchiato, la sua casa è data alle fiamme e da qui il suo trasferirsi a Roma dove viene eletto Segretario Nazionale del Partito Socialista. E’ in questa sede che si oppone fermamente al volere dei comunisti che vorrebbero il PSIUP confluire all’interno del PCd’I. L’assassinio di Giacomo Matteotti lo vede cavalcare l’Aventino e per questo, al pari di altri deputati, gli viene revocata la carica parlamentare. Dopo essere stato ancora percosso dalle squadracce fasciste viene condannato a cinque anni di confino che però, viste le sue precarie condizioni fisiche, sconterà agli arresti domiciliari. Emarginato professionalmente e seriamente provato nel corpo, ormai quasi cieco rimane ferito nel bombardamento della stazione di Cesi nel ’44 ma, nonostante questo, aderisce al CLN e lavora alla ricostituzione del Partito Socialista. L’anno successivo viene designato all’unanimità Presidente della Terni, incarico che affronta con il coraggio di scelte innovative come quella della costituzione dei Consigli di Gestione, una sorta di joint ventures dove gli attori erano gli operai ed il capitale, capaci di discutere insieme su tutto, dai costi di produzione ai prezzi di mercato, dalle assunzioni ai licenziamenti delle maestranze. Dopo essersi dimesso dalla carica di Presidente della Terni, Tito Oro Nobili morì a nella nostra città nel febbraio del 1967 all’età di 85 anni. Carlo Farini invece, vantava nella genesi della sua famiglia forti tradizioni democratiche e risorgimentali; sulle orme del padre Pietro, già deputato, consigliere provinciale e comunale per il PSI, poi costretto a riparare in Russia per evitare le rappresaglie fasciste, ad appena 12 anni si iscrive alla Federazione Giovanile Socialista. Lo scoppio della Prima guerra mondiale lo vede, come nella sua indole, pacifista e antimilitarista ma nulla può rispetto alla chiamata alle armi. Al ritorno si impegna nella ricostituzione e l’organizzazione della federazione ternana. Siamo però nel Biennio rosso dove a regnare è forte il malessere dovuto alla disattenzione riservata dallo Stato alle mille promesse fatte e mai mantenute, con contadini ed operai esasperati e reduci che venivano sempre più emarginati. Fu così che Farini, in occasione del Congresso tenutosi a Bologna nel 1919, sposò la tesi portata aventi dalla componente comunista del partito che il 21 gennaio del 1921 si costituì  con il nome di Partito Comunista d’Italia. Di fronte all’avanzare della violenza fascista, organizza gi Arditi del Popolo, una organizzazione di tipo paramilitare che come obbiettivo aveva quello di contrastare appunto lo squadrismo. Ben presto però, decimati da arresti, traditi da infiltrati e perseguitati, persero di forza e combattività. Lo stesso Farini fu fatto segno di un attentato quando venne raggiunto da diversi colpi di pistola in prossimità di Piazza Tacito insieme alla sua consorte al tempo incinta e, successivamente, venne aggredito più volte. Anche per lui trasferirsi nella capitale rappresentò una scelta obbligata; intanto la sua posizione all’interno del PCd’I si faceva sempre più attiva ma anche polemica. Spedito a Parigi per organizzare il Soccorso rosso, un servizio capace digarantire aiuti ed assistenza per i compagni che riparavano all’estero nell’intento di sfuggire al regime, riuscì a tessere una rete internazionale per i rifugiati comunisti ma, contrario alle direttive del partito che voleva che gli stessi tornassero in Italia per organizzare la lotta contro il Fascismo, venne estromesso della direzione e dopo una parentesi a Nizza, e poi ancora a Parigi, emigrò in Russia. Neppure lì trovò pace perché non appena riusciva a procurarsi un lavoro, causa le informazioni inviate dal PCd’I, veniva puntualmente licenziato. Su intercessione di Togliatti riuscì a farsi inviare in Spagna in occasione della Guerra civile ma neppure li le cose andarono per il meglio. Infatti, persa la guerra e rifugiatosi nuovamente in Francia, venne prima arrestato e poi internato in un campo di prigionia prima di essere inviato in Italia e ritrovare la libertà soltanto dopo la caduta del regime fascista. L’8 settembre lo vide entrare nella Resistenza come Ispettore delle Brigate Garibaldi e Membro del Comitato Insurrezionale del PCI in Liguria sinoa ricoprire l’incarico di Vice comandante del Comitato Militare del CLN ligure. Le sue capacità gli permisero di raggiungere il grado di Colonnello e venne insignito della Medaglia d’Argento al valor civile. Deputato, Consigliere Nazionale dell’ANPI morì nella Capitale nel gennaio del 1974.

di Roberto Pagnanini

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