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Interamna History – 16

Perché Ludovico Aminale partecipò alla disfida di Barletta?

nterrompiamo per un attimo il narrare cronologico degli eventi che ci siamo posti come filo conduttore per questa rubrica, e facciamo un salto all’indietro di circa di tre secoli, tornando cosi agli albori del XVI e precisamente al 1503, al 13 febbraio di quell’anno.

Le cronache di ciò che accadde quel giorno ci sono state tramandate da molti e ne scrissero anche Elia Rossi Passavanti cosi come il Ludovico Silvestri; ma perché vi chiederete voi?

La Disfida di Barletta fu uno scontro che si tenne proprio la mattina del 13 febbraio del 1503 nel territorio di Trani; uno scontro che vide coinvolti tredici cavalieri italiani, sotto l’egida spagnola, ed altrettanti francesi.  Prima però di vedere come e perché questo evento vide anche risvolti nostrani, vale la pena ricapitolare un po’ come e perché vi si giunse. A seguito del Trattato di Granada firmato in segreto nel 1500 da Luigi XII di Francia Ferdinando II di Aragona, il Regno di Napoli, governato all’epoca da Federico I, venne spartito tra loro in parti uguali ma, già appena dopo dell’entrata in vigore dello stesso, non tardarono ad emergere le prime difficoltà da parte degli occupanti sulla sua interpretazione.  Questo portò ben presto alla contrapposizione in armi dei due eserciti che avevano come comandanti rispettivamente Luis d’Armagnac e Consalvo da Cordova. Gli spagnoli che si schieravano in campo con truppe in inferiorità numerica, chiesero immediatamente aiuto alla famiglia Colonna, una delle più importanti del medioevo e precedentemente già al fianco dello stesso Federico I. Tra le tante battaglie di cui si ha cronaca, emerge la figura di quel famoso condottiero che risponde al nome di Ettore Fieramosca. Il Fieramosca, o Ferramosca, nacque nel 1476 e dopo aver ricevuto una educazione umanistica venne avviato alla carriera militare; giovanissimo assunse ben presto il comando di differenti compagnie prestando servizio sotto i vari Carlo VIIIFerdinando II e Federico IV. Quando Federico I ormai sconfitto trattò la resa e rinunciò al trono, lui che aveva combattuto ai suoi ordini non esitò a scortarlo oltralpe verso il Ducato di Angiò, la contropartita ottenuta dal re da parte degli spagnoli e dei francesi, ma a Fieramosca questo comportamento costò l’infamia del tradimento da parte dei suoi concittadini. Venne privato di tutte le sue rendite nobiliari e non gli rimase quindi che unirsi alle bande di Prospero Colonna che nel frattempo aveva seguito Consalvo da Cordova alla conquista della Puglia. In quell’epoca non era raro che per dirimere questioni militari si ricorresse, in luogo di scontri aperti e battaglie, a sfide tra cavalieri esattamente come quella di Barletta. Proprio la città pugliese vedeva acquartierati gli spagnoli che da li cercavano di amministrare ciò che restava dei loro possedimenti legati al Regno di Napoli. Fieramosca, durante una spedizione, riuscì tramite una imboscata a far prigioniero il cavaliere francese Charles de Tourgues che però, aizzato dagli stessi spagnoli, tacciò gli italiani di codardia sfidandoli a duello. Fu cosi che si giunse alla Disfida di Barletta con tredici cavalieri italiani comandati da Fieramosca contrapposti ad altrettanti cavalieri francesi comandati dal de Tourgues, conosciuto anche come Monsieur Guy de la MotteTutto venne programmato nei minimi dettagli e chi avesse perso avrebbe concesso cavalli ed armi ai vincitori e per ogni sconfitto fu fissato un riscatto pari a cento ducati; furono anche nominati quattro giudici ed ogni parte consegnò due ostaggi. C’era però da costituire il gruppo dei cavalieri e mentre per i francesi fu lo stesso de la Motte ad occuparsene, sul fronte italiano l’onere fu assunto da Fabrizio e Prospero Colonna. Ed è proprio a partire da questo fatto che la Disfida di Barletta si colora con sfumature rosso-verdi … Infatti, fu proprio quest’ultimo a chiamare Ludovico Aminale che la nostra tradizione vuole essere nato nel 1477 in quel che oggi è Via dell’Arringo dove al tempo fabbri, falegnami e carpentieri avevano numerose le loro officine. Ma a quel che si tramanda, quelle attività non dovevano attirarlo molto e quindi, giovanissimo, preferì a pialle, chiodi e martelli le più nobili armi e si diede cosi alla vita militaresca ed a quella del soldato di ventura nello specifico. Per ricostruire la storia della Disfida e dei cavalieri coinvolti, molto utili sono stati i loro stemmi; purtroppo però, di quello dell’Aminale non v’è traccia e quindi è bene fare riferimento a quanto scritto da uno storico di alto lignaggio come il Guicciardini, contemporaneo tra l’altro ai fatti narrati, che certifica la sua identità nel libro La storia d’Italia. Ludovico Aminale non era un nobile e quindi, presumibilmente, il suo scudo recava l’immagine del Thyrus, simbolo della città di origine. Comunque, a suffragare questa verità storica depone anche il fatto che Terni ha sempre rappresentato una sorta di territorio primario al quale gli stessi Colonna attingevano per il reclutamento dei soldati necessari a rinfoltire le fila del proprio esercito, considerando i nostri concittadini dotati di alto livello militare e di una tenacia tutta nostrana; per ultimo, c’è anche da considerare che la nobile famiglia romana era da sempre stata alleata dei ghibellini ternani. Tornando a Barletta, a far compagnia al nostro Ludovico Aminale da Terni ed a Ettore Fieramosca, capuano, furono chiamati, cosi come scrive lo stesso Guicciardini: Giovanni Capoccio, Giovanni Bracalone e Ettore Giovenale, tutti romani, Marco Cerellario, napoletano, Mariano da Sarni, Romanello da Forlì, Francesco Salamone e Guglielmo Albimonte, siciliani, Miale da Troia, Riccio e Fanfulla, parmigiani “Nutriti tutti nell’armi e sotto i Colonnesi”. Proprio a quest’elenco fa eco però un falso anonimo stampato nel 1547 a Capua dove addirittura si omette il nome di Ettore Fieramosca e si sostituisce a quello dell’Aminale un tal Ludovico Abenavolo de Capua; tra l’altro, per dare più valore al tutto, fu sottoscritto e firmato come Guicciardinus Gravissimus Hist.cus, titolo ed appellativo chiaramente sospetti. Ma questo non fu l’unico tentativo per alterare la verità perché Marco Gorolamo Vida sostituisce il ternano con Abenabolus Campanus. A dirimere qualsiasi dubbio comunque, dovrebbe concorrere un ulteriore documento che dava a Barletta l’unica memoria della disfida se non quello dei tredici nomi incisi sul lato destro del Duomo dagli stessi cavalieri italiani vincitori. Si, perché la Disfida di Barletta fu ad appannaggio degli Ittallici che giunsero in anticipo sul posto seguiti dai Gallici che però entrarono per primi sul campo. Dopo la classica carica a lance spianate, si proseguì con le spade e le scuri sino a giungere al punto che tutti i francesi vennero catturati o feriti; i cavalieri d’oltralpe erano talmente sicuri della vittoria che non portarono con loro il riscatto e tanto bastò perché venissero rinchiusi a Barletta sino a quando lo stesso non venne pagato. Ma del nostro Ludovico cosa ne fu? Nominato Caballero de Espana come tutti i suoi compagni da Gonzalo Consalvo de Cordoba, Gran Capitano e Vicerè di Napoli, a mò di premio gli venne concesso da Prospero Colonna di poter far ritorno a Terni dalla sua Biancofiore ma qui, le cronache del tempo raccontano che trovò l’amata tra le braccia di qualcun altro e di lui, da quel momento, non si ebbero più tracce. Ciò che la leggenda ci tramanda lo vede ucciso da alcuni briganti che gli tesero un agguato.

di Roberto Pagnanini 

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