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Interamna History – 9

Piediluco e le streghe, tra fantasia e realtà

Chissà quante volte, nel nostro comune immaginario, hanno trovato spazio streghe, malocchi, fatture o qualcosa che comunque avesse a che fare con un mondo magico, magari soltanto per curiosità e non certo per convinzione. Elementi che negli studi antropologici hanno spazio in quelle identità culturali con radici ben piantate soprattutto nel mondo contadino e rurale. Qualcosa atresì connesso con nascite, morti, gravidanze e perché no, anche al menarca. Fatture, contro fatture, la necessità di sfasciarle rapidamente onde evitare situazioni ben più gravi che si potrebbero generare, legamenti, invidie, sono presenti molto più di quanto si possa realmente pensare nel vita e nelle credenze popolari tanto che, ancora oggi, fanno spesso la fortuna economica di maghi, cartomanti e fattucchiere. E’ per questo che la figura delle lamie ha avuto quasi sempre nei secoli una accezione negativa, pensando che le stesse operassero per recare danno alla comunità, soprattutto nei contesti agricoli. Ma la cosa incredibile è che qualche volta, storie e pseudo esperienze inerenti a questo mondo venivano, e vengono, supportate e incoraggiate da racconti ben circostanziati da parte dei soggetti interessati. Detto ciò veniamo all’argomento di questo articolo fatto de streghe sdrolighe e occhiacci. Il paese di Piediluco, che vale la pena ricordare era già abitato nell’età del bronzo e successivamente fu conquistato prima dai Sabini e poi dai Romani, mostra a tal proposito materiale molto interessante e con questo, non siamo a dire che gli stessi abitanti siano dei creduloni che si affidano alla fantasia paranormale di terzi per gestire il normale del quotidiano, ma perché la loro appartenenza sociale è sempre stata molto forte cosi come estremamente caratterizzata dagli stessi luoghi e, nei secoli passati, ha costituito terreno fertile per credenze e leggende. Esiste infatti una sorta di consapevolezza popolare del fatto che per lungo tempo, la stessa comunità lacustre si sentisse circondata da forze magiche ostili che molti pensavano fossero il frutto dell’attività di alcune streghe. Di certo la precarietà della vita quotidiana, la sua durezza, a volte la difficoltà dello stesso sopravvivere alimentata dalla crudeltà della natura, necessitavano di un capro espiatorio sul quale scaricare tutte queste sventure e cosi, molto spesso, i bersagli a cui addossare queste responsabilità venivano individuati in AncillaLauraMariaMenicaAgnoccala Tufala Mecia e la Badecchia. Donne realmente esistite e tutte caratterizzate dalla tribolata e misera vita il cui comune denominatore era rappresentato dalla vecchiaia e della povertà. L’andare lento, la postura curva, la magrezza, la vedovanza altro poi non facevano che accumunare le loro figure a quelle appunto di streghe o comunque, a persone certamente non positive dalle quali stare lontano. In realtà invece, altro non erano che donne provate da una vita fatta di stenti e di elemosine che si sostituivano a quei sostentamenti persi per esempio con la morte del coniuge. L’ignoranza popolare poi, che normalmente ed anche oggi non fa sconti a nessuno, contribuiva per il resto e non erano rari i casi in cui persino ai bambini veniva negata la possibilità di accettare una semplice caramella da queste donne per il timore che fossero indrujate co’ chiccosa, manipolate cioè con qualcosa capace di generare ad esempio un malocchio. Le coincidenze della vita, come spesso accade, contribuirono inoltre ad accrescerne il mito. Si racconta infatti che una di loro si nutrisse con il sangue del suo stesso figlio e che Ancilla sdegugnò la nipote che per contro iniziò a camminare soltanto all’età di sette anni. Che dire invece dell’invidia che normalmente accompagna le relazioni sociali? E cosi un’altra narrazione descrive una strega che per necessità era in uso chiedere a volte un tozzo di pane piuttosto che un bicchiere d’olio e finché esaudita tutto andò bene ma, al momento che gli fu negato un pezzo di lardo da una donna che non poté soddisfare la richiesta perché ne era sprovvista, il figlio di quest’ultima cessò di mangiare colpito dal malocchio. Ma laddove non possono i fatti arriva la fantasia e cosi gli eventi iniziano a vivere di racconti mitici. Già, proprio cosi perché da li a credere che queste streghe fossero in grado di volare e che cosi facendo erano in grado di recarsi in groppa a caproni o altri animali al sabba, il passo è breve. Il sabba si sa, è il convegno delle streghe dove in presenza del Demonio venivano compiute pratiche magiche, orge e riti blasfemi sino a profanare l’ostia, ricevendo in cambio il dono di trasformarsi in spiriti capaci di introdursi anche nelle case dei vicini. E se l’ignoranza era capace di far credere al volo delle streghe, immaginate voi cosa fosse capace di partorire di fronte alla crudeltà, quantità e qualità dei misfatti che le povere streghe fossero state capaci di compiere. Per di più, in un paesaggio come quello di Piediluco caratterizzato da un lago, la credenza popolare riuscì ha legare il volo delle streghe alle barche dei pescatori che loro avrebbero utilizzato al posto degli animali. Si arrivò persino alla certezza dell’esistenza della formula magica con la quale le streghe facevano spiccare il volo a queste barche, il tutto presso quello che le genti avevano individuato come il Noce di Benevento e che, radunate in circolo, usavano recitare cosi: “Vola per una, vola per due (e cosi per quante esse fossero), sopra l’acqua, sopra li venti, sopra la noce de Boniventi!” Insommavite difficili quelle delle streghe piedilucane, fosse anche solo per gli orari di lavoro; e già perché al pari di tutte le altre sparse per il mondo, anche loro alle prime luci dell’alba dovevano tornare nelle loro case o rifugi. E se cosi non fosse stato? Beh succedeva per esempio che a chi fosse stato in grado di aiutarle si apriva la possibilità di avere dei benefici cosa che, a detta dei ben informati, deve essere capitato ad un certo Paccone, al secolo Aduardo Crisostomi, che dopo averne incontrata una tutta nuda e all’alba, certa Nocenzia ch’era annata volanno de notte, la coprì con una giacca e la ospitò in casa. Il risultato fu che Paccone si guadagnò la condizione che pe’ sette generazioni li Crisostomi nun dovevano da esse più sdreguniati. Ma non soltanto streghe ma anche stregoni: vuole la volontà popolare che Merluzzito per esempio, si intrufolò sotto le mentita vesti di un gatto nell’abitazione del suo vicino, uscendone poi di nuovo con sembianze umane ma con gli arti fasciati perché il capo famiglia lo corgò de botte. Ma anche nel caso dei felini il rapporto uomo-donna-gatto non era sempre malefico e cosi risalendo nei ricordi ed arrivando al bisnonno, o addirittura trisavolo, di un testimone, c’è chi racconta che rinvenuto un felino in casa,  e ricoverato per la notte in una cassapanca, all’indomani aprendo il coperchio trovò al suo posto una giovane ragazza nuda come mamma l’aveva fatta, chiaramente una strega, dalla quale dopo avergli dato  i soldi per tornare a casa, si assicurò l’immunità per gli anni a venire. Come dicevamo prima, molte credenze trovavano terreno fertile nelle stesse difficoltà del quotidiano che spesso era caratterizzato anche da malattie ed epidemie che traevano forza dalle precarie condizioni di vita, dalla malnutrizione e dalla fame. Il bene più prezioso in tutto questo era rappresentato dai figli,  coloro i quali erano in grado di fornire un aiuto concreto alla sopravvivenza ed al sostentamento della famiglia. Lo stesso livello culturale degli interlocutori non era tale da fornire spiegazioni su molti dei decessi che facevano si che la mortalità infantile sommasse percentuali molto alte. “Quello fiju è mortu, le sdreghe j’hanno seccatu lu sangue …”  era una accusa che in tempi di Medioevo avrebbe portato al rogo ma che successivamente generava si una pena certamente più lieve ma pur sempre triste, l’emarginazione. Una condizione da affrontare spesso da sole, colpite dalla maledizione di uno status certamente non voluto ma figlio dell’ignoranza. Poteri, quelli delle streghe, anche trasmettibili. Una narrazione vuole che una volta, un uomo che non riusciva mai a ritrovare la propria barca nel posto dove la lasciava, decise di caricarci una cassapanca dentro la quale si nascose. E non nascose neppure lo stupore nel vedere che la sua barca venisse usata dalle streghe per volare sino un luogo dove si recavano per raccogliere dei fiori. Giusto in quell’occasione, anche lui ne raccolse uno che poi appuntò sul suo cappello per la festa. Passeggiando per i paese ‘na femmina lo chiama e jaddimanna“Do’ l’hai presu quillu fiore? Se me lu voli regalà me fai contenta, me faresti un bellu favore.” Alla fine lui gli regalò quel fiore e lei disse: “Ecco, mo’ m’hai fatto un favore. Me s’è passato lu male!”  Purtroppo, neppure con la morte le nostre streghe riacquistavano la dignità ed il rispetto. Era infatti uso comune pensare che nemmeno con il trapasso i lori poteri malvagi si esaurissero ma che anzi, si sarebbero trasmessi alla persona che dandole conforto nell’ultimo momento di vita, ne avesse tenuto la mano. Da qui la consuetudine da parte dei parenti di ingannarle, sostituendo appunto la mano con un manico di scopa e come disse un testimone presente al momento del trapasso di l’Agnocca: “Dio ce ne guardi! Quillo je diede la scopa pe’ non fasse lascià l’eredità perché ce lo sapea che la nonna era ‘na sdrega …” Comunque un consiglio: non fate mai rubare da una gatta gli avanzi del cibo lasciati da una donna che allatta perché la micia, secondo le credenze, gli ruberebbe tutto il latte. Ma a contrastare questa vocazione malefica di Piediluco, il cui nome significa ai piedi del monte sacro, si contrappone anche un aurea divina che ogni anno viene ricordata in occasione della Feste della Acque. Riti, fuochi, sfilate sul lago celebrano infatti l’entrata del sole nella costellazione del Cancro nel giorno del solstizio d’estate. Nell’antichità, nel tempo in cui la luce iniziava a contrarsi ed i giorni incominciavano a farsi più corti, le popolazioni autoctone usavano rivolgersi alle Divinità con danze, fuochi, lavacri di acqua profumata, il tutto per ingraziarsi i favori di Diana, Dea delle selve e degli incantesimi ed alla quale le genti avevano consacrato il lago ed il monte Caperno, quello antistante il paese dove è posizionata la Madonnina che li fu traslata nel maggio del 1911 e la cui forma a piramide, doveva non poco aver alimentato la fantasia dell’allora abitanti dei luoghi.  

Roberto Pagnanini

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