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Interamna History – 14

La battaglia di Terni

Sullo scorso numero di Daje mò, abbiamo trattato fatti e circostanze legate al periodo storico della Prima Repubblica Romana e dell’occupazione francese di Terni che, anche non si sappia con precisione per mancanza di documentazione certa, sembra sia iniziare il 19 marzo del 1798. All’interno di questo, abbiamo anche citato un evento che si svolse nei pressi della nostra città il 27 novembre dello stesso anno: la battaglia di Terni. Un avvenimento molto importante che cercheremo di approfondire alla luce di quanto sia Elia Rossi Passavanti nel suo libro Terni nell’età moderna cosi come il Ludovico Silvestri nelle Antiche riformante della città di Terni,  ci hanno trasmesso. L’occupazione francese portò con se quelli che erano i fondamenti delle Repubblica e la sua logica tanto che tutti i simboli, gli stemmi, i segni distintivi della aristocrazia cittadina vennero cancellati ed addirittura, il blasone di Terni venne tolto dallo statuto comunale; alla stessa stregua fu trattato il Libro d’oro che conteneva i nominativi dei migliori cittadini che ebbe per sorte quella di essere dato alle fiamme sulla piazza principale. Fu un periodo di desolante scoraggiamento e di miseria totale. Alla fine del ’98 poi, ci fu anche la prima chiamata alle armi ed undici dei giovani ternani estratti a sorte, pur di sottrarsi alla leva varcarono il confine ma a quel punto i loro fratelli o i loro stessi padri, dovettero far fronte a quell’onere per conto loro. Chi si coalizzava contro i francesi, fossero eserciti come quello del Regno di Napoli o semplici cittadini, erano considerati alla stregua di briganti. Il Capo di Brigata Girard in un rapporto al Generale polacco Giorgio Grabowscki, comandante delle truppe romane, non esitò a comunicare come la riva destra del Nera non era affatto sgombra da detti briganti e che quindi vi era necessità di azioni militari che non tardarono ad arrivare. Da Montefranco, da Arrone, dall’Abbadia di Ferentillo, gli scontri si spostarono sino a Rieti, passando per la resa di Labro, Piediluco e Morro. Durante queste azioni militari, a rimetterci furono le linee di comunicazione; strade e ponti vennero appositamente danneggiati per evitare che i francesi potessero marciare spediti ed anche i conventi divennero roccaforti importanti per la difesa. Nei dintorni di Terni la situazione non era certamente più tranquilla e lo stesso Edile di Terni Gioacchino Petrucci, in sua comunicazione all’allora Ministro di Giustiza e Polizia, fa menzione di insorti che tentarono una prima rivolta contro la Repubblica, abbattendo più volte l’Albero della Libertà. In quella relazione inviata il 2 ventoso,ventôse in francese e sesto mese del calendario rivoluzionario che andava più o meno dal 19/21 febbraio fino al 20/21 marzo di quello gregoriano, lo stesso Petrucci descrive un’offensiva perpetrata dal Grabowscki checon una colonna uscita da Terni ed un’altra proveniente da Narni, assalì Stroncone, Miranda, Papigno e la Montagna della Scurcola, liberandole dagli insorti. Soprattutto a Papigno la battaglia fu cruenta e morirono anche sette abitanti. In tutto questo bisogna ricordare che l’Armata Napoletana, forte di circa 6000 uomini, scendendo dalle montagne abruzzesi si era portata nei pressi della pianura di Marmore e forse, proprio per il troppo tempo passato li accampata, non sfruttò il vantaggio di attaccare la nostra città che era realmente sguarnita di forze in numero tale da garantirne una idonea difesa. Proseguendo nella sua marcia verso Terni, dove gli stessi napoletani pensavano al contrario di trovare un esercito ben arroccato, l’armata fu presa di sorpresa da una colonna di circa 2000 soldati usciti dalla città e guidati dal Generale francese Louis Lemoinerinforzata per l’occasione da una mezza brigata condotta dal Generale Dufresse, che la affrontò tra Valenza e Campomicciolo. Presi alle spalle e investiti da più scariche di moschetterie, definite cosi da Ludovico Sivestri, e da qualche pezzo di artiglieria di campagna, i napoletani, che erano sotto il comando del Colonnello Sanfilippo fatto poi prigioniero, furono costretti alla fuga, anche in maniera disordinata e ripiegarono prima su Rieti e poi su Tivoli. Come scrive lo stesso Elia Rossi Passavanti “Restò sul campo un grande numero di uccisi e di feriti: armi e bagagli, e numerosi oggetti, dai Napoletani raziati lungo il percorso”. Al termine della battaglia che le cronache raccontato sia durata da mezzogiorno a sera, tutto venne saccheggiato sia dai francesi che dagli arditi del luogo, cosi li indica sempre il Passavanti, accorsi sul posto. L’aver portato lo scontro fuori dalle mura cittadine, evitò le gravi conseguenze che si sarebbero verificate con una battaglia in prossimità dell’abitato ed anche per questo, al loro ritorno, la popolazione riservò alle truppe una accoglienza festosa.  “Cosi fu nostra ventura non fosse impegnata la pugna entro questa città, e che gli innocenti pacifici ternani, non avessero a lamentare la terribile sciagura di un feroce saccheggio, di una guerra civile, di un sanguinoso eccidio” chiosa sull’accaduto il Silvestri.

di Roberto Pagnanini

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