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Interamna History – 7

Il Seicento ternano

Francesco Angeloni0001

Per immaginare la nostra Terni del XVII secolo, può tornarci utile far riferimento ad una incisione all’acquaforte realizzata su lastra di rame da un disegno del capitano Domitio Gubernari, un ingegnere dell’esercito pontificio, che fu tra l’altro edita anche nella Historia di Terni di Francesco Angeloni nel 1646 oppure, ad una veduta paesaggistica contenuta nel Theatrum civitatum et admirandorum Italie… della stamperia olandese Blaeu. Una curiosità prima di proseguire: quella veduta del capitano Gubernari, per  scelta del Comune, nel 1640 fu incisa e distribuita gratuitamente a cittadini e forestieri, in una vera e propria operazione di marketing dell’epoca. Un elemento importante che si evince da entrambe queste opere è il fatto di come fosse importante il rapporto tra l’acqua ed il territorio, il tutto rappresentato da un intrigato e complesso reticolo di canali naturali ed artificiali. Molti di questi corsi d’acqua oggi non sono più visibili ma al tempo quelli del Raggio Vecchio, del Raggio Nuovo, della Forma Cittadini, del Gobbo, del Pastore e molti altri, raccontavano di una città operosa che proprio dall’acqua traeva la propria forza. Una Terni laboriosa, ordinata, piena di attività produttive ma anche di orti ricchi di alberi da frutto e di eleganti giardini all’italiana. L’acqua è sempre stato un elemento fondamentale per la nostra città e lo stesso Silvestri, raccontandone la storia alla metà dell’800, non manca di sottolineare come La città, in antico come al presente, aveva eccellente acqua potabile dai suoi pozzi; facile è rinvenire pure e freschi sorgenti per ogni dove… Il Seicento ternano fu contraddistinto da un periodo di pace che coincise con il dominio papale e che trovò in Roma cosi nelle famiglie Aldobrandini e Barberini, una sponda sicura. Lo stesso Francesco Angeloni fu segretario del cardinale Ippolito Aldobrandini cosi come Angelo Rapaccioli fu legatissimo al cardinale Maffeo Barberini, il futuro papa Urbano VIII. Terni era suddivisa in quindici parrocchie, era circondata da alte mura quadrate in pietra che contavano anche di trenta torrioni, di cinque porte per accedervi, due delle quali dotate di ponti e, al suo interno, si contavano fino a trecento torri.  Sei erano i rioni: Di Sotto, dei Rigoni, degli Amingoni, dei Fabbri, di Castello e degli Adultrini e la popolazione contava su circa ottomila anime. Nel 1657 la nostra città fu imperversata per sei mesi dalla peste che si diffuse proveniente da Napoli dove aveva già fatto contare moltissime vittime. Si ricorse a mille provvedimenti per debellarla, incluse le suppliche a tutti i Santi protettori, ma nonostante questo i decessi furono tanti al punto che neppure il cimitero era più in grado di contenere le salme e per tanto, il comune fu costretto ad approntare una nuova area nella zona sud-ovest per potergli dare degna sepoltura. Un episodio legato a quel periodo, e che vale la pena sottolineare, vide come protagonista la famosa Torre Barbarasa edificata dall’omonima potente famiglia ternana che visse a cavallo dei secoli XV e XVI. Nonostante i soldati vennero posti di guardia alle porte della città per evitare che i forestieri potessero entrarvi, che al Duomo ed in tutte le chiese si proseguisse senza sosta a celebrare funzioni religiose per ingraziarsi la benevolenza dei Santi, che le osterie e luoghi di ritrovo venissero chiusi, i casi di contagio iniziarono a moltiplicarsi tanto che nel 1657, un anno dopo il nascere dell’epidemia, non vi era ancora maniera per fermarla. Fu cosi che Sebastiano Gentili, vescovo in quel periodo, organizzò una grande processione per le vie cittadine ed al termine della stessa salì sulla torre che era l’edificio più alto di Terni, e procedette all’ostensione della reliquia del Preziosissimo sangue, invocando la protezione divina ed alla benedizione della città. Ancora oggi sulla parete della torre che incide su Via Roma, è visibile una targa a ricordo di quell’evento. In ogni caso, come già abbiamo sottolineato, il XVII secolo fu per Terni un periodo di pace caratterizzato anche da tante figure che si elevarono a livello nazionale per le proprie prerogative professionali. Freacesco Angeloni per esempio eccelse come storico, umanista e grande antiquario, Anastasio De Filiis fu un astronomo di fama riconosciuta e addirittura tra i fondatori dell’Accademia dei Lincei, Caterina Tramazzoli, conosciuta poi con il nome di Madre Maria Eletta di Gesù, che giovanissima venne chiamata a dirigere prima un Carmelo a Vienna e poi un altro a Praga commissionato direttamente dall’Imperatore Federico III d’Asburgo dove, a tutt’oggi, viene venerata ed ancora Lattanzio Mazzancolli, beato sacerdote dell’ordine minore, al quale vengono accreditati numerosi miracoli. Terni fu anche meta di famosi ed importanti personaggi dell’arte e della cultura che provenienti da Roma, non mancarono di soggiornarvi e lavorarvi: Antonio da Sangallo il Giovane diresse i lavori della cava paolina alla Cascata delle Marmore, Jacopo Barozzi da Vignola e Carlo Fontana curarono il rifacimento del Ponte Romano ma ancora Carlo Maderno o Girolamo Troppa. Ciò che però continuava a caratterizzare la nostra città era il suo essere una città di frontiera e per questo fu tantissime volta attraversata da truppe impegnate nelle varie successioni che caratterizzarono quei periodi, da quella spagnola a quella polacca sino ad arrivare a quella austriaca. Tutto questo, frutto anche le tante diserzioni, portò al compiersi di atti di saccheggio e violenza contro la popolazione e contro le stesse casse comunali. Il tessuto sociale, vista la conclamata devozione alla Roma papale, era sostenuto dalla grande presenza del clero al quale era demandata la gestione della scuola e di tutti gli enti di utilità pubblica. Nel clero quindi convogliavano la maggior parte delle donazioni e delle imposte che venivano poi utilizzate per il sostentamento di tutte quelle attività. La vocazione del territorio era quasi prettamente agricola e lo sfruttamento veniva gestito se non totalmente, in buona parte in regime di mezzadria e cioè dividendo i benefici tra la proprietà delle terre, concedente, ed il coltivatore, mezzadro, che rappresentava anche la sua famiglia, famiglia colonica. La coltivazione dell’olivo era senza dubbio la più presente ma i numerosi corsi d’acqua diedero vita anche ai primi progetti di piccole industrie come quella di una segheria idraulica, parliamo del 1715, una ratiera per le lavorazioni tessili a telaio del 1730 e poi successivamente,  ma siamo già alla fine del XVIII secolo, anche di una ferriera per opera della famiglia Gazzoli. In effetti, soltanto dalla seconda metà del Settecento si potranno notare quelli che saranno i sintomi di una ripresa economica e coincideranno con l’invasione degli eserciti napoleonici dello Stato Pontificio. Sarà in quel periodo che sorgerà un patriziato colto cosi come una borghesia intellettuale, entrambi ansiosi di un affrancamento da Roma e dal Papato. Il nuovo secolo però si aprì con un altro evento tragico e cioè con il terremoto che nel 1703 colpì la città lasciandole come dote tantissimi edifici danneggiati o diroccati. Si dovette quindi provvedere al loro ripristino e fu cosi che in molti casi, anche di fronte a strutture medioevali, si procedette con l’apposizione di intonaco sulle originali pareti in pietra, si chiusero porte e finestre per aprirne altre e molti palazzi, anche nobiliari, cambiarono il loro aspetto: da quello Manassei a quello Carrara, dal Fabrizi al Canale sino al Gazzoli molti aspetti e prospetti non furono più come prima. Ma i danni maggiori furono figli del secolo precedente quando per affermare l’orrore dello stil gotico reo di essere tetro e triste, tutto venne votato al bianco ed alla luce con la cancellazione di pitture murali, la rimozione di bifore e rosoni e l’apertura di finestre sulle antiche mura delle chiese. Si demoliscono, come nel caso delle chiese di San Francesco e San Pietro, i sepolcri dei Capitani ed  i loro trofei fatti di armi e bandiere. Sempre agli inizi del Seicento, il vescovo Antonio Onorati diede il via alle ricerche per trovare il corpo di San Valentino che già era collocato all’interno di un cimitero pagano, luogo dove  poi sorse la basilica. Fu cosi che tra il 1605, anno del ritrovamento, ed il 1618 si assisti al restauro della chiesa ed alla costruzione del convento dei padri carmelitani scalzi. Nel 1625, dopo la visita a Terni dell’arciduca Leopoldo d’Austria, e della sua promessa di restituire una parte del cranio del Santo che era stato donato alla sua famiglia, si procedette alla realizzazione dell’altare maggiore in marmo con il contributo dello stesso arciduca e di altre famiglie ternane. Il Seicento è il secolo nel quale si trova traccia anche del primo pittore attivo in città: Ludovico Carosi. Sua la decorazione della cupola della chiesa del Carmine. Alcune delle notizie e dei fatti indicati in questo articolo sono tratti dal un volume facente parte di una serie intitolata Storia Illustrata delle Città dell’Umbria che, per ciò che concerne Terni, è stato curato da Michele Giorgini.

di Roberto Pagnanini

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