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Interamna History – 11

Quando Terni batté moneta

A fugare qualsiasi dubbio sull’esistenza di una Pontificia Zecca a Terni, ci pensò nel 1902 Ada Bellucci, perugina e figlia del demologo nonché rettore dell’Università e grandissimo collezionista di amuleti Giuseppe, che pubblicò un articolo corredato da tantissima documentazione che però venne quasi ignorato, lasciando cosi spazio nei decenni successivi ad una informazione in proposito distorta ed errata. C’è anche da dire che la presenza della zecca a Terni fu limitata nel tempo e  tutto si può riassumere in pochi mesi tra la fine del 1797 ed il gennaio dell’anno successivo. La realizzazione di un impianto per battere moneta, come era d’altronde consuetudine del tempo, non venniva concessa alla comunità cittadina ma rimandata alla volontà di imprenditori privati che potevano disporre dei capitali necessari ed a Terni, alla fine del XVIII secolo, l’iniziativa prese vita per merito del marchese Marcello Sciamanna che dopo aver ricevuto con il favore dell’allora prefetto del Buon Governo, il Cardinale Carandini, la gestione della Pontificia Ferriera, ottenne anche il via libera per riattivare le antiche miniere di Monteleone di Spoleto. Ma al fine di ottenere la necessaria autorizzazione per avviare la zecca, fu fondamentale l’intervento del suo socio il Cavalier Paolo Gazzoli nipote del potentissimo Cardinale Luigi che poteva vantare un ottimo rapporto con il pontefice di allora Pio VI, tanto che sembra che quest’ultimo fu anche ospite presso la dimora di famiglia durante una suo passaggio a Terni. E’ facile intuire che potendo contare su cotanta amicizia,  il compito di poter intercedere presso lo Stato Pontificio, e fargli ottenere l’appalto per batter moneta, fu assi meno arduo. Fu cosi che nel luglio dello stesso anno, era il 1797, ai due arrivò l’agognata autorizzazione per coniare moneta di rame nei valori di due baiocchi e mezzodue baiocchiun baioccomezzo baiocco e un quartino. “Siamo venuti nella determinazione di permettere che nella Nostra Città di Terni possono il Marchese Sciamanna e Cavalier Paolo Gazzoli intraprendere a tutte loro spese la battitura delle monete di rame …” fu la dichiarazione di papa Pio VI a suggello dell’accordo. Un complesso capitolato però ne gestiva la produzione cosi come un severo controllo era previsto in una prima fase dal un Maestro di Zecca e poi a seguire da quattro Cavalieri, dal Monsignor Governatore, dal capo Magistrato, dal pubblico Segretario della Città di Terni e dai Cancellieri, questi ultimi deputati a verificare la qualità del rame ed a far produrre campioni che certificassero il peso corretto delle monete rispetto alle matrici consegnate alla zecca. Soltanto una volta che la produzione fosse stata verificata, la stessa tornava in possesso degli appaltatori, in questo caso lo Sciamanna ed il Gazzoli che potevano in fine metterla in circolazione. Nonostante il valore intrinseco delle monete fosse indubbiamente più basso a quello nominale, il margine operativo, come si direbbe oggi, non era cosi consistente da garantire la riuscita del business anche perché buona parte di esso andava destinato all’acquisto della materia prima, dei coni, della gestione dell’impianti di produzione e, come se non bastasse, nel capitolato era inclusa una clausola che prevedeva in caso di necessità, l’obbligo di fornire monete contro cedole ai Comuni limitrofi o alla Camera apostolica o, addirittura, al Sacro Monte di Pietà di Roma, il tutto per un aggio che si aggirava intorno al cinquanta per cento della produzione. Alla luce di questi fatti, lo stesso Sciamanna non si perse d’animo e prontamente fece richiesta sempre al pontefice di poter coniare non più monete in rame ma in mistura. Questo metodo di conio aveva preso già piede negli anni precedenti per la scarsa quantità di monete in metallo prezioso che continuavano a circolare dato che le stesse, erano state oggetto di  accumulo e scambio anche oltre i confini, a volte a valori maggiori di quelli nominali, per paura di quello che stava accadendo in Francia. A molti privati cittadini in possesso di oggetti d’argento e d’oro, venne chiesto di fornire questi manufatti per battere moneta che però non veniva realizzata pura ma appunto in mistura che come lo stesso nome lascia intendere, era una lega fatta di rame e di una percentuale variabile di oro o argento con la quale si coniarono le Murajole. Quest’ultime erano monete dal valore di due, quattro, otto, dodici, venticinque e sessanta baiocchi. La nuova concessione arrivò il 29 luglio ed il contratto di appalto venne firmato il 22 agosto cosa che permise di iniziare la produzione dei quattro, sei ed otto baiocchi in mistura e della Madonnina in rame da cinque. Come già detto però, il batter moneta a Terni ebbe vita breve dato che zecca venne chiusa a metà dicembre ed i coni riconsegnati entro gennaio dell’anno successivo. L’ubicazione dell’impianto è stata fonte di numerose disquisizioni; Ada Bellucci la ipotizzò al di fuori della non più esistente Porta di San Giovanni, vuoi per l’abbondante quantità di acqua presente in qui luoghi, vuoi perché era già esistente una lavorazione per produrre lastre di rame, materiale indispensabile per il conio. E’ anche vero però che per essere idonei ad ospitare una zecca, i locali non potevano essere semplici officine o ancor peggio magazzini adattati a quello scopo; gli spazi utilizzati venivano controllati ogni giorno, contenevano il gran cassone dove era conservata l’intera produzione e che come si evince da testi dell’epoca Disponeva di cinque serrature e cinque chiavi diverse affinché detto cassone non debba mai aprirsi se non vi saranno le prefate cinque chiavi e nel medesimo cassone debbano esservi cinque divisioni per collocarvi in ognuna di esse una delle cinque specie di moneta ciascheduna sera, al termine del lavoro , colla presenza di uno dei cinque deputati alla zecca o di un loro delegato …”, gli stessi concessionari erano equiparati ai funzionari della Tesoreria Centrale e addirittura gli veniva dato un porto d’armi e quindi, pensare che Sciamanna che già gestiva la ferriera con annessi magazzini, spaccio del ferro, carbonile e complesso abitativo potesse avviare una attività tanto delicata presso terzi, è un idea alquanto bizzarra. In fine, la zecca di Terni aveva sede presso la Ferriera Pontificia che oggi individueremmo come l’aera ex Siri e restò aperta solo pochi mesi. Il metodo di coniatura era alquanto semplice ed utilizzava come forza motrice l’acqua del canale Staino. Si trattava del metodo a coni rotanti ideato in Germania un paio di secoli prima e consisteva in pratica in una trafila dove due cilindri con differenti incisioni, imprimevano per compressione la lastra di rame. C’era poi un altro macchinario per la cordonatura dei bordi, una pratica introdotta agli inizi dello stesso secolo per evitare l’antichissimo uso della tosatura e cioè, la comune malandrina abitudine di rifilare il bordo da parte delle persone per asportare quantitativi seppur minimi di metallo prezioso dalle monete. Quello usato nella zecca di Terni comunque, era un metodo già obsoleto e che presto sarebbe stato soppiantato da quello inglese che utilizzava presse a vapore e che, in una sola ora, era capace di produrre fino a cinquantamila pezzi di egual peso e dal tondello perfetto. Le siffatte monete prodotte da Sciamanna e Gazzoli, erano realizzate in una lega con una percentuale molto alta di rame mischiato con argento, ferro e carbone; brutte a vedersi nel colore, e quindi bisognose di altri trattamenti, venivano successivamente sottoposte agli effetti di acidi e martellature per renderle brillanti ed argentee. La quantità di monete prodotte a Terni non è nota e non si evince neppure dai verbali di riconsegna dei cilindri ma, nonostante la sua breve esistenza, da un punto di vista collezionistico la zecca produsse delle vere e proprie rarità a tutt’oggi molto ricercate come la  Madonnina da cinque baiocchi,per la cui realizzazione vennero impiegati soltanto quattro coni, e del Baiocco da quattro con solo due utilizzati tutti incisi da Tommaso Mercandetti che per contratto fu stipendiato dagli stessi Sciamanna e Gazzoli. Fu lo stesso papa Pio VI, dopo aver apprezzato alcune sue realizzazioni, che lo raccomandò alla Zecca Pontificia cosi come Luigi Valadier lo prese sotto la sua ala protettrice commissionandogli medaglie e incisioni su pietre dure. Le monete ternane ebbero un libera circolazione di sei anni per poi venire ritirate in occasione della restaurazione del potere Pontificio in base ad un editto di Doria Panphili, il Cardinale Camerlengo, emanato il 31 dicembre 1801; successivamente, ed era il 1803, fu sancita con una ulteriore ordinanza la loro uscita dal corso legale insieme a tutte quelle prodotte prima del pontificato di Pio IV.

di Roberto Pagnanini

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